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La
Gazzetta del Sud Africa
Giovedì, 8 Marzo 2007
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Vita della comunità di Città del Capo
Non esiste (a quanto pare) il rischio di perdere il club ma non si riesce a formare un comitato per mandarlo avanti
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Assemblea a due facce domenica al Club Italiano di Città del Capo: una prima parte positiva, con la notizia che non esisterebbe il rischio di perdere la sede sociale, e una seconda parte negativa, con i soci nell’impossibilità di eleggere il nuovo consiglio direttivo. Al punto che il presidente dell’assemblea, il parroco padre Michele De Salvia, ha dovuto chiedere al comitato uscente di restare in carica ancora per qualche settimana e di convocare un’assemblea straordinaria dei soci con all’ordine del giorno il solo punto di eleggere il nuovo direttivo. Il comitato uscente, che era dimissionario in blocco, ha accettato a denti stretti, confermando di non voler restare un solo giorno più del necessario. La spiegazione del desiderio fortissimo di andarsene sta nell’atmosfera tesa che si respira ormai da un paio d’anni negli ambienti del Club Italiano, che ha festeggiato l’anno scorso il quarantesimo anniversario ma difficilmente arriverà al quarantacinquesimo se non ci saranno cambiamenti radicali. Negli ultimi due anni si sono formate diverse fazioni in guerra fra loro per diversi motivi e questo ha caricato sulle spalle del consiglio uscente una serie di problemi che hanno aggiunto molta tensione al già gravoso compito di pilotare il sodalizio in uno dei momenti più difficili della sua esistenza. Sembrava infatti che l’amministrazione comunale avesse deciso di destinare ad altri usi il terreno sul quale sorge la sede sociale e che quindi restassero soltanto cinque anni di tempo per correre ai ripari. Un compito di per sé quasi impossibile, che non aveva bisogno di beghe legali per futili motivi fra soci e dirigenti per complicare ulteriormente la vita della presidentessa Patrizia Di Già e dei suoi collaboratori. Da qui la decisione di rassegnare le dimissioni alla fine del biennio per il quale erano stati eletti e di non ripresentare la candidatura. Altri problemi che hanno complicato il biennio appena concluso riguardavano i rapporti fra il club e i fratelli Palmieri, gestori del ristorante e del bar, i quali ovviamente perseguono una politica di massimo utilizzo delle strutture a proprio vantaggio, con risultati che spesso vengono visti come deleteri per il normale funzionamento e l’immagine del sodalizio. Senza contare il fatto, comune in queste situazioni, che l’apparente successo economico del ristorante è visto come il fumo negli occhi in un momento in cui la scarsità di risorse del club ne pregiudica addirittura l’esistenza. Come sia nata la convinzione che il club stia vivendo i suoi ultimi cinque anni nella sede di Rugby ancora non è dato sapere. A suo tempo si disse che l’amministrazione comunale avrebbe notificato al presidente in carica Raffaele Panebianco la propria intenzione di non rinnovare il lease alla scadenza. Da allora i tentativi di ottenere rassicurazioni dalle autorità si sono moltiplicati e intensificati, tanto che la settimana scorsa anche l’ambasciatore Alessandro Cevese, parlando ai colleghi e agli invitati nel corso di un ricevimento nella sua residenza, aveva accennato al problema e a contatti in corso con il sindaco Helen Zille e il presidente della provincia Ebrahim Rasool. La Zille era stata anche avvicinata dal console Alberto Vecchi, dalla Di Già e dal presidente del Comites Giovanni Lorenzi, ma non era andata oltre una generica offerta di buona volontà. Poi il miracolo. Patrizia Di Già, sempre alla ricerca di un modo per salvare il club, ha avuto l’idea di chiedere l’aiuto del socio Basil Davidson, alto funzionario dell’amministrazione comunale, per ottenere un nuovo incontro con la Zille. Davidson, prima di fare quel passo, ha voluto documentarsi e vedere chiaro nella vicenda. Si è messo a spulciare fra le carte e, cerca e ricerca, non ha trovato traccia della fantomatica lettera di disdetta del contratto di leasing, così come non ha trovato traccia di piani municipali che destinassero il terreno di Rugby ad altri usi. Non solo, ma dalla ricerca è anche venuto fuori che il contratto di leasing del Club Portoghese, adiacente a quello italiano, con il quale ha in comune la stessa parcella catastale, è stato rinnovato nel 2002 per altri 25 anni, fino al 2027. Adesso sembra che anche nell’archivio della corrispondenza ufficiale del Club non vi sia traccia della fantomatica lettera di disdetta. E allora è d’obbligo la domanda: come è sorto l’equivoco e perché? Fatto sta che, a quanto pare, non esisterebbe alcun motivo per temere che il club sia destinato a perdere la sua sede attuale e molto probabilmente a morire. Detto questo, siccome la vita è qualche volta una maestra crudele, non vorremmo passare adesso dal pessimismo più nero all’ottimismo più sciocco, trascurando di verificare ulteriormente l’ipotesi secondo cui non c’è fumo senza arrosto. Occorrerà almeno confermare che la lettera non sia mai esistita e quindi ottenere le spiegazioni del caso. Ma ritorniamo all’assemblea dei soci. Dopo le relazioni della tesoriera Crystal Grauso e della presidentessa Patrizia Di Già, che hanno dipinto il quadro di un club ben gestito e capace di accumulare un bel gruzzolo in banca (237.000 rand) e di far salire a 421 il numero dei soci, in grande maggioranza italiani, si è arrivati alla remissione del mandato e all’apertura della procedura per l’elezione dei successori. Degli uscenti soltanto alcuni si dichiaravano disposti a restare, ma fra molte incertezze. Dai soci sono cominciate ad arrivare le candidature, alcune molto controverse, altre non accettate dagli stessi interessati, poi si è cominciato a discutere su cosa preveda lo statuto circa la nomina del presidente e infine si è avuta un’ondata di ritiri, che hanno spinto qualcuno ad articolare ad alta voce l’epiteto di “pagliacci”. Infine padre Michele non ha potuto far altro che constatare l’impossibilità di eleggere un nuovo comitato. Uno dei presenti ha proposto una mozione di fiducia al comitato uscente ed ha riscosso un applauso, ma gli uscenti erano irremovibili e hanno soltanto accettato di restare in carica il tempo necessario per indire un’assemblea straordinaria. Così si è lasciato il club con la netta impressione di essere usciti da un incubo ma soltanto per entrare in un altro, forse peggiore. Se infatti nessuno è più interessato a gestire il sodalizio, potrebbe anche succedere che il Club Italiano di Città del Capo muoia di morte naturale prima della fine del quiquennio rimasto del vecchio contratto di locazione. Vogliamo pensare che non sia così, ma certamente lo spettacolo di domenica scorsa non promette nulla di buono.
Nelle foto la firma della contabilità da parte della presidentessa Di Già, assistita dalla tesoriera Grauso, e alcuni momenti del dibattito con il signor Davidson.
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