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Riprendiamo dal quotidiano Avvenire di mercoledì 7 novembre 2007:
Nel febbraio 1941 era un campo di tende strapazzate dal vento, con guardie armate che non esitavano a sparare sui prigionieri quando si avvicinavano al filo spinato. Sorgeva in una località il cui nome significa «Senza acqua», una quarantina di chilometri a Est di Pretoria. Poi, con il passare del tempo e un nuovo comandante, vide sorgere al suo interno trenta chilometri di strade, una quindicina di scuole, un ospedale che trattava 11mila casi l’anno, venticinque campi di calcio, palestre e ring per la boxe. Laboratori e spacci, orchestra sinfonica e di ottoni, manifestazioni culturali, compresa la pubblicazione di qualche migliaio di libri didattici e di un settimanale, Tra i reticolati.
Ma anche un piccolo cimitero che dal febbraio 1947, quando questa «città reticolata» venne finalmente chiusa dopo la firma della pace e la riconsegna dei prigionieri di guerra, ogni 4 novembre, festa delle Forze armate, è meta di pellegrinaggio, preghiera e commozione della comunità italiana in Sudafrica. «Per ricordare gli italiani sepolti con onore in Sudafrica – dice Emilio Coccia, presidente dell’Associazione ex prigionieri di guerra Zonderwater –. Italiani che il destino ha voluto strappare alle famiglie lontane e mai più riabbracciate». «Pow», in inglese; «P.d.g», in italiano. Acronimi che stanno per «prigionieri di guerra». Nel Secondo conflitto mondiale, furono 522mila i nostri militari catturati dagli anglo-americani; circa 600mila quelli rinchiusi dai tedeschi; almeno 80mila (o forse molti di più) quelli finiti nei campi sovietici.
Zonderwater con i suoi 97mila prigionieri, è un ampio frammento di quella storia, essendo stato il più grande campo di concentramento per soldati italiani costruito dai britannici. In Sudafrica, era uno dei diciotto campi di prigionia, per una totale di 120mila «p.d.g». Sessantasei anni fa la deportazione dei primi militari italiani, che pur facendosi onore in battaglia furono fatti prigionieri sui fronti africani, da El Alamein alle trincee d’Etiopia. Feriti, ammalati, affamati, vennero rinchiusi nelle stive delle navi nemiche sbarcate al porto di Durban. Oggi, a memoria di quei nostri uomini, sventola il tricolore su tre cimiteri militari italiani dove riposano 437 caduti. A Zonderwater sono 252 le croci bianche a spiccare sul prato verde, accanto al museo con i cimeli e le storie di molti di quegli uomini che il tempo ormai si è portato via. Sono strani i percorsi del destino. Allora la guerra divideva le nazioni, mentre oggi il comandante dell’Aeronautica militare sudafricana è di origine italiana: il tenente generale Carlo Gagiano, di genitori elbani. Di sangue italiano è anche il maresciallo generale Mario Brazzoli, figlio di un ex prigioniero in Sudafrica.
Il generale Gagiano rispolvera la memoria di quei «Pow» di sessantasei anni fa, davanti a una manciata di sopravvissuti, e le delegazioni venute dall’Italia, guidate dal viceministro per gli Affari esteri Franco Danieli. Sono ancora capaci di stare sull’attenti i reduci, nonostante l’età. Come l’artigliere Giuseppe Rancati, 91 anni, catturato in Egitto; il carabiniere paracadutista Vittorio Pieri, 88 anni, fatto prigioniero a Tobruk; e il fante – «quelli che morivano di sete a El Alamein» – Angelo Polita, 87 anni, catturato nel 1942. Proprio qui, su questo splendido prato baciato da un caldo sole africano, ombreggiato dalle palme, hanno trascorso in prigionia cinque anni della loro gioventù.
«Quando aprirono Zonderwater i «Pow» vivevano in tende da otto, con servizi insufficienti, cucine all’aperto e scarsa assistenza medica – ricorda il generale Gagiano –. Le cose cambiarono nel 1943, con l’arrivo del nuovo comandante, il colonnello Hendrik Prinsloo. Combinando disciplina a mitezza, permettendo anche regolari visite dell’arcivescovo, Prinsloo riuscì a risollevare il morale e l’autostima dei prigionieri. Circa 9000 di loro, che entrarono nel campo da analfabeti, il giorno della liberazione sapevano leggere e scrivere. E tanti impararono anche un lavoro, lasciando testimonianze delle loro capacità in migliaia di opere che oggi sono parte integrante del patrimonio del Sudafrica». In segno di riconoscenza, il colonnello Prinsloo venne insignito dell’«Ordine della stella d’Italia».
«Zonderwater, come Robben island (l’isola prigione di Nelson Mandela), simboleggia il trionfo dello spirito umano pur costretto in circostanze estreme e difficili», sottolinea il generale Gagiano. Se ora si sa quasi tutto di quegli anni, si deve alla caparbietà del presidente dell’«Associazione ex prigionieri», l’imprenditore Emilio Coccia, in Sudafrica da 37 anni. Nove anni fa, con l’aiuto del governo locale, ha avviato una certosina ricerca negli archivi militari per tracciate il profilo e la storia di tutti i deportati. Schede mediche, tessere anagrafiche, microfilm e autopsie. «La ragione di questo impegno – dice – sta nel fatto che sono appassionato di storia, ma anche della verità. E verità vuol dire onorare chi è caduto per la patria, il senso del dovere dei nostri padri e dei nostri nonni. Ritengo un obbligo tenere viva la memoria di chi è morto e di chi ha sofferto nel periodo buio della prigionia». Ma c’è anche altro. Dagli Stati Uniti all’Australia, in molti chiedono notizie degli italiani di Zonderwater: «Sono le famiglie degli ex internati che desiderano ricostruire quel periodo buio dei loro congiunti – spiega Coccia –. Ma ci sono anche figli e figlie nati durante la prigionia a chiedere notizie. Erano giovani i nostri soldati ed erano in tanti coloro che, con il permesso di Prinsloo, potevano lavorare fuori del campo, nelle aziende agricole.
Furono però soltanto 800 ad avere l’autorizzazione, a guerra finita, di stabilirsi in Sudafrica. Tutti gli altri tornarono in Italia, lasciando qui qualche fidanzata. Con il nostro lavoro, siamo riusciti a riunire fratelli che non si sono mai conosciuti. Ma anche anziani padri che negli ultimi anni della loro vita hanno potuto riabbracciare i figli sudafricani».
L’opera di Emilio Coccia, che ha compilato quasi centomila schede, è «l’unica documentazione esistente» sulla storia dei prigionieri italiani in Sudafrica. Un’attività che ha i suoi costi e che il governo italiano sostiene con 12mila euro l’anno: «Ma senza le donazioni private, non siamo in grado di andare avanti. Nel cimitero di Zonderwater capita che vengono rubate le targhe di bronzo con i nomi dei caduti. Abbiamo dovuto mettere i cani di notte, inferriate e recinzioni elettrificate al museo». «Credo che si debba tenere viva la memoria di Zonderwater e degli altri cimiteri di guerra italiani in Sudafrica – conclude –. Sono storie di uomini. Anche se quelli che sono potuti tornare in patria si sono sentiti discriminati perché perdenti . Ma vanno ricordate anche tragedie come quella della nave inglese 'Laconia', silurata sessantacinque anni fa nell’Oceano Altantico. Affondò con 1.400 prigionieri italiani. L’ordine tassativo e inumano del comandante della scorta ai prigionieri – 'non aprire le celle' – li condannò a una morte orribile.
E da commemorare sono i 118 italiani che perirono nell’esplosione della nave 'Nova Scotia', i cui resti sono sepolti in due tombe comuni a Durban. Sacrifici per la patria, che hanno lasciato però il segno nella storia di questa nazione così lontana». Due cimiteri accolgono i resti dei soldati sudafricani che hanno combattuto e sono morti in Italia: si trovano a Castiglione dei Pepoli e Bolsena. Il dolore e l’orrore della guerra non hanno confini e non possono essere dimenticati.
Quando nel dicembre 1944, profilandosi la fine delle ostilità, il governo Bonomi cominciò ad elaborare i piani per il rimpatrio dei prigionieri di guerra si capì che per scongiurare le conseguenze di un ritorno caotico occorrevano misure drastiche. L’Italia stremata disponeva di risorse scarsissime, i trasporti erano inesistenti e l’emergenza abitativa drammatica a seguito dei bombardamenti. Si optò per rientri a intervalli regolari e a scaglioni limitati, meglio gestibili e controllabili. Per questa ragione molti soldati catturati dalle forze alleate tornarono a casa quando la guerra era finita da mesi, se non da un anno e più. Di fronte alla marea dei 522.174 prigionieri degli Anglo-americani censiti per difetto dal generale Pietro Gazzera incaricato nell’aprile ’44 dal maresciallo Badoglio (di essi, oltre 50mila erano nei campi di concentramento al di là dell’oceano, sul territorio degli Stati Uniti), non fu possibile agire diversamente. I primi costretti ad arrendersi agli Inglesi erano stati i combattenti dell’Africa orientale, Eritrea, Somalia, Etiopia.
L’effimero impero di Mussolini cessò di esistere con la capitolazione del vicerè Amedeo di Aosta il 17 maggio 1941, anche se tentativi di resistenza continuarono fino a novembre. Centomila prigionieri finirono così nei campi allestiti in Kenia, in Sud Africa e perfino in India. Il duca d’Aosta morì prigioniero di guerra a Nairobi il 3 marzo 1942. Oltre ai militari catturati sul suolo italiano prima dell’armistizio, ad accrescere enormemente il numero dei prigionieri degli Alleati fu il disastro in Africa settentrionale, la perdita della Libia, l’arretramento fino alla Tunisia, la resa delle forze dell’Asse ai britannici, agli americani e ai francesi di De Gaulle nel 1943. Nella sola ritirata da El Alamein (novembre ’42) i prigionieri italiani furono 16mila. A fine guerra rientreranno complessivamente in 410mila da parte inglese, 125mila da parte americana, 37mila da parte francese.
Dopo la pubblicazione dell’armistizio tra Regno d’Italia e Alleati (firmato a Cassibile il 3 settembre 1943, ma reso noto la sera dell’8) le Forze armate italiane, fino a quel momento alleate dei tedeschi, furono considerate nemiche dai nazisti. Quasi 700mila nostri soldati finirono prigionieri e deportati in Germania. Pochi coloro che, aderendo alla Repubblica sociale di Mussolini, accettarono di essere inquadrati nelle formazioni fasciste. La cattura degli italiani avvenne sia sul territorio nazionale, sia in Grecia, nell’Egeo, nei Balcani. Singolare e penosissimo il destino di questi militari, vittime di infinite umiliazioni e di un declassamento agli ultimi gradini di una scala definita in base a criteri politici, economici e razziali. Dapprima considerati prigionieri di guerra, con la nascita della Rsi vengono classificati come internati militari. Dall’autunno del ’44 diventeranno «lavoratori civili», largamente utilizzati dall’apparato economico tedesco. A guerra finita, nei campi di transito in vista del rientro vennero registrati 635.132 militari internati italiani.
Presentare cifre esaustive rispetto al dramma dei prigionieri di guerra italiani catturati dall’Armata rossa è ancora oggi impresa proibitiva. Di certo si può dire che furono necessarie 700 tradotte per trasferire gli uomini del Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia) e poi dell’Armir (Armata italiana in Russia) sul fronte orientale. Per rimpatriare i superstiti dopo l’epica ritirata del 1943 di tradotte ne bastarono 17. Quanti i prigionieri dei sovietici che affrontarono un calvario inenarrabile che spesso si concludeva con la morte, sia nei campi al di qua degli Urali sia in quelli disseminati in pieno territorio siberiano? Forse 80mila secondo alcune fonti, forse 60mila secondo altre. Al ministero della Difesa esiste un archivio con i nomi di 90mila militari che non sono tornati dalle steppe, ma l’elenco comprende anche i dispersi. Quello che è sicuro è che a tornare dalla prigionia sono stati poco più di 10mila sopravvissuti alla fame e agli stenti. Gli ultimi furono rimpatriati (via Vienna) solo nel febbraio del 1954.
Antonio Giorgi
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