La Gazzetta del Sud Africa
Giovedì 11 marzo 2010

 

 

 

 

 

 

La “missione” di un chirurgo italiano: tra le
baracche di Capetown in cerca dei piccoli pazienti

 

    Dopo l’intervista al console Emanuela Curnis, che abbiamo già ripreso la settimana scorsa, il Corriere della Sera ha pubblicato un altro articolo dell’inviata Franca Porciani in cui si parla del Red Cross Children Hospital di Città del Capo, del chirurgo italiano Ernesto Leva, che vi ha prestato servizio per un anno, e della collaborazione con il policlinico Mangiagalli e Regina Elena di Milano e con la Regione Lombardia. Eccolo:

    Dal Corriere della Sera – di Franca Porciani

    CITTÀ DEL CAPO — Si muove in queste baracche di lamiera e stracci arricchite da tendine di pizzo che occhieggiano da finestrelle inventate dal nulla con la disinvoltura di chi c’è stato tante volte, orgoglioso dei bambini che gli si affannano intorno. Ernesto Leva, chirurgo pediatra milanese,
    le township (le sterminate baraccopoli create dall’apartheid) di Città del Capo, con il loro popolo di bambini, le conosce bene. Ha lavorato per un anno, portandosi dietro la moglie Dominique e il piccolo Lorenzo, al Red Cross Children Hospital, ospedale pediatrico «mitico» del Sud Africa, ma conosciuto anche nel resto del mondo per tutta una serie di successi: dalle prime operazioni
    a cuore aperto, ai trapianti di rene e fegato, alle delicate separazioni di gemelli siamesi, delle quali detiene quasi l’esclusiva con un altissimo numero di interventi.

    Un ospedale pubblico (esiste da più di cinquant’anni) dedicato a quell’80 per cento della popolazione che non può rivolgersi ai dodici ospedali privati della città, dei quali sono clienti
    esclusivi i bianchi, ovvero gli afrikaans (che discendono dai primi coloni boeri-olandesi) e gli inglesi, «padroni» del Sud Africa fino alla sua uscita dal Commonwealth nel 1961.

    L’ospedale dei bimbi neri e dei cape coloured, miscuglio di etnie, eredi degli schiavi portati in Sud Africa nel Seicento dagli olandesi dalla Malesia, dal Madagascar, dal Mozambico che si sono
    poi mischiati con i bianchi e le popolazioni locali.

    Ospedale dove Leva ha operato bambini sieropositivi e non, colpiti da malformazioni all’intestino, all’esofago, al retto che da noi non si vedono più perché la diagnosi prenatale mette i genitori di fronte alla scelta/possibilità di interrompere la gravidanza, ma anche corpicini lacerati da
    abusi sessuali, quasi incredibili (vengono violentate nelle baraccopoli anche bambine di poco più di un anno).

    «Mi sono fatto le ossa, non sentivo stanchezza né avevo incertezze—racconta il quarantacinquenne Leva, oggi a capo della chirurgia neonatale della Clinica Mangiagalli e Regina Elena di Milano —. E con i colleghi sudafricani che mi hanno fatto da maestri, il professor Sid Cywes e dopo di lui Heinz Rode si è creato un rapporto di stima, ma anche di grande affetto, che dura tuttora. Al Red Cross si lavora sodo; sembrano lontani qui ai piedi della Table Mountain (la montagna simbolo di Città del Capo, intorno alla quale si snoda tutta la città, township comprese, ndr), i conflitti e le frustrazioni che accompagnano la vita di un chirurgo nelle nostre realtà». Stretto il legame anche con l’attuale responsabile della chirurgia pediatrica, Alastair Millar, con il quale ha concepito un progetto che dall’ospedale si addentra nelle township, in cerca dei bimbi neri dimessi dall’ospedale.
    Sì, perché non basta cucire una ferita, riparare l’esofago eliminando la fistola, ovvero la comunicazione anomala con la trachea e riunendo i due monconi dell’organo (è l’atresia esofagea,
    molto comune qui) o cercare di «ricostruire» una funzionalità normale ad un bambino colpito da malformazioni anorettali, spesso complesse; bisogna seguire nel tempo questi casi con un percorso riabilitativo estremamente paziente. Pena complicazioni gravi, talora gravissime come
    dimostrano le due storie che vi raccontiamo più avanti.

    Da qui l’idea di creare all’interno dell’ospedale un ambulatorio dedicato al controllo di questi bambini dalla chirurgia alla guarigione completa. L’ambulatorio oggi esiste, grazie al protocollo di cooperazione stipulato nel giugno dello scorso anno fra il policlinico Mangiagalli e Regina Elena
    di Milano (artefice oltre a Leva, Maurizio Torricelli, primario della chirurgia pediatrica) e il Red Cross; uno dei tanti interventi della Regione Lombardia a favore dei paesi in via di sviluppo.
    Lo stanziamento in questo caso è di 70.000 euro all’anno per due anni, cui si aggiungono 5.000 euro all’anno raccolti dall’Associazione Cieli Azzurri, all’interno del progetto «Bambini senza frontiere».

    Oltre che all’ambulatorio, i soldi servono per un’idea più ambiziosa, che si addentra fra le baracche. Come spiega ancora Leva: «Le mamme, dopo l’intervento, devono portare i bambini
    all’ospedale con regolarità; è indispensabile quando, ad esempio, si deve fare sotto anestesia in più sedute la dilatazione dell’esofago operato per evitare che si restringa, o quando sono
    necessarie medicazioni periodiche. Ma le donne dopo le prime sedute scompaiono nel nulla ringhiottite da questi formicai dove è impossibile rintracciarle. Teniamo presente che la
    township più antica è popolosa, Khayelitsha, conta tutt’oggi un milione di abitanti. Allora, abbiamo avuto l’idea di spostare quanto più è possibile questi trattamenti nei luoghi dove vivono i bambini. Qualche ambulatorio esiste nelle baraccopoli, nato nel corso degli anni Novanta per fronteggiare
    l’emergenza Aids. Stiamo attrezzando queste strutture per rendere operativo il progetto».

    Leva mi racconta queste cose mentre ci avviciniamo ad un bambino che gli sorride dal recinto della sua baracca. «Sa, io a Città del Capo ho trovato il senso del mio lavoro». Non è che alla fine tornerà qui? «Un posto per me, comunque vada, al Red Cross ci sarà sempre».

    Franca Porciani
    fporciani@corriere.it

    Tanti bambini curati e dimenticati

    Oggi ha tre anni e cresce bene, anche se deve essere seguito costantemente dai medici. Ma quella di Sykelele, bellissimo bimbo nero che vive a Nyanga, una delle più vecchie e miserabili township di Città del Capo, è una storia emblematica che dimostra quanto sia necessario curare questi piccoli nella loro realtà. Operato nel primo giorno di vita al Groote Schuur Hospital per atresia
    esofagea, viene dimesso dopo cinquanta giorni con un programma di controlli periodici. A casa il piccolo beve il latte senza problemi e i genitori si «dimenticano» della malattia. A 4 mesi Sykelele viene ricoverato al Red Cross Children Hospital: il suo esofago si è ristretto in modo irrimediabile: deve essere sostituito con un tratto di colon. Una mutilazione che poteva essere evitata.

    Altro caso, quello di Malika, due anni, che vive a Guguletu, altra baraccopoli poverissima. La bambina nasce con una grave malformazione ano-rettale; viene operata nella prima settimana di vita al Red Cross Children Hospital con la ricostruzione dell’anatomia. Dopo una serie di sedute di dilatazione del neo-ano in ospedale, la piccola viene dimessa con un programma di appuntamenti settimanali per proseguire la riabilitazione. Anche in questo caso la famiglia scompare: della bimba non si sa più nulla fino al ricovero d’urgenza un mese dopo al Red Cross per una dilatazione
    addominale massiva e vomito. Il neo-ano, senza l’intervento riabilitativo, si è progressivamente
    ristretto fino a provocare un megacolon tossico che è una condizione seria, potenzialmente
    fatale per bambini così piccoli. Malika, fortunatamente, ce l’ha fatta.

    F. P.

    IN ALLEGATO L’ARTICOLO E LE FOTO COME SONO APPARSI SUL CORRIERE


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