Nella giungla dell'olio d'oliva
Tuesday, 15th October 2013 

Il giornale sudafricano Times.online del Sunday Times ha pubblicato ieri una notizia dal titolo "Italian olive oil mostly non Italian", che fa riferimento a un'inchiesta del quotidiano italiano Repubblica sul mercato dell'olio d'oliva e sugli inganni che si celano dietro etichette di difficile lettura. Abbiamo cercato di approfondire la ricerca e abbiamo reperito due delle puntate che la Repubblica ha pubblicato sull'argomento. Purtroppo non siamo riusciti a ottenere anche la prima, ma le due che riportiamo qui sotto danno comunque un'idea abbastanza completa della situazione. Buona lettura.

Nella giungla dell'extravergine
Prodotti low cost, etichette invisibili

di Paolo Berizzi

I boss internazionali dell'olio fanno incetta di miscele straniere a meno di 25 centesimi al chilo. Poi le trattano, le mescolano, le deodorano e le mettono sul mercato a prezzi ribassati, due/quattro euro al chilo, ma sempre con ricarichi importanti e con informazioni al cliente sostanzialmente false
"E’ qui che i signori dell’olio giocano la loro partita sleale — spiega Stefano Masini, responsabile consumi della Coldiretti —. C’è un gruppo di potere agroalimentare che sull’importazione e sull’assenza di tracciabilità delle “miscele” sta facendo fortune illegali. Così come per i rifiuti si parla di ecomafia, è arrivato il momento, anche per l’olio, di parlare di agromafia. Bisogna iniziare a aggredire i patrimoni". I capoccia dell’olio si sono evoluti. Non solo hanno individuato nuovi canali di approvvigionamento per la materia prima (che poi è anche l’ultima). Hanno pure capito come farla rendere al massimo. Nella relazione delle Dogane si ricostruisce, tonnellata per tonnellata, un sofisticato sistema di import export: una ragnatela europea fatta di incastri societari e ordinazioni milionarie, "flussi in entrata" e "flussi in uscita", importazioni "definitive" e "temporanee". Il tutto condito da anomalie fiscali, fatture gonfiate, proficui scambi intra e extra comunitari. Repubblica, per non pregiudicare l’esito delle indagini, per ora tiene coperti i nomi delle aziende finite nel mirino degli investigatori. Raccontiamo come funziona il meccanismo.
 
C’è questa parolina magica — "trasformazione" — di cui si è esteso il significato. In modo strumentale. Un tempo per trasformazione si intendeva la frangitura, la molitura: insomma il passaggio dall’oliva al suo nettare. Oggi se i boss internazionali dell’olio dicono che trasformano, può significare che ce la stanno facendo sotto il naso. Fanno incetta di olio spagnolo e tunisino. Lo pagano meno di 25 centesimi al chilo. In Italia lo miscelano, anzi, lo "trasformano", che è un termine più igienico, anche rassicurante. A volte la trasformazione è semplicemente l’imbottigliamento. In altri casi prevede degli innesti. Magari minimi. O il processo di deodorazione: si interviene con il vapore per eliminare i difetti (morchia, rancido, muffa, riscaldo, lubrificanti).

Chiamiamoli pure trucchi. In apparenza non lasciano traccia. C’è un motivo. In base al regolamento comunitario 182 del 6 marzo 2009, indicare la provenienza delle miscele ("di diversa origine") impiegate sarebbe obbligatorio. In realtà, in nove bottiglie su dieci le scritte che dovrebbero essere riportate — "miscele di oli di oliva comunitari", "miscele di oli d’oliva non comunitari", "miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari" — sono illeggibili. I caratteri sono talmente piccoli, e stampati in posizioni quasi nascoste, che per scorgerli bisognerebbe avere la lente d'ingrandimento. E’ uno dei paraventi dietro cui si nascondono i trafficoni. "L’ex ministro delle politiche agricole Saverio Romano quattro mesi fa aveva annunciato con grande enfasi un decreto che fissando delle dimensioni minime rendesse più leggibili queste etichette — ragiona Sergio Marini, presidente di Coldiretti —. Che fine ha fatto il decreto? Si è perso?". Una volta etichettato l’olio straniero, i furbi distributori italiani lo piazzano a prezzi ribassati: nei discount, negli autogrill con le superofferte turistiche, nella grande distribuzione. Un euro e ottanta, due euro. Tre, quattro, al massimo. Un bel ricarico se si considerano i 23 o 25 centesimi del prezzo di acquisto. Fumo negli occhi del consumatore se si pensa che sull’etichetta spicca sempre, quella sì, bene in vista, la scritta olio extravergine d’oliva. Italiano.
 
"L’olio, rispetto ad altre produzioni agroalimentari, per esempio il vino, è un prodotto straordinariamente semplice — dice Amedeo De Franceschi, vice comandante dei Nafs della Forestale —. Vent’anni fa l’attività dei produttori era regolata da una legge europea che diceva: l’extravergine d’oliva è un prodotto ottenuto solo dalla spremitura meccanica delle olive. Oggi è cambiato tutto. L’olio d’oliva è sparito. E l’extravergine è diventato una giungla. Risultato: le aziende non spremono più niente: mettono in cascina olio che viene da fuori, da lontano, coi tir. La gente lo compra e non sa che è un inganno. Perché dall’etichetta non si riesce a capire che cosa c’è nella bottiglia".

Che cosa c’è nell’olio che compriamo? Quali fregature ci propinano i maneggioni degli ulivi? Prendiamo l’olio made in Spagna spacciato per extravergine italiano. Al supermercato il primo prezzo è 3 euro. Ma dietro la convenienza, ecco la sorpresina. Non solo non è extravergine, ma è anche di pessima qualità. "C’è pieno di oli di oliva difettati venduti come extravergini — dice Massimo Gargano, presidente di Unaprol —. Sono oli che meritano di essere declassati, altro che made in Italy". La prima indagine nazionale sulla qualità dell’olio d’oliva in vendita nei supermercati italiani ha dato esiti disastrosi. Su dodici campioni (delle marche più vendute) prelevati dagli scaffali e analizzati in laboratorio, quasi la metà sapeva di muffa. Le analisi organolettiche hanno evidenziato difetti gravi come il rancido e il riscaldo. "Un olio per poter essere considerato extravergine deve essere privo di difetti organolettici". Figuriamoci.

Così il Made in Italy nasconde
un fiume di oli stranieri miscelati
 
di Paolo Berizzi

La gran parte delle importazioni finisce in aziende olivicole della Liguria, della Toscana o del Pavese. E non va dimenticato il "laboratorio Puglia", terra di oliveti straordinari ma anche centro di grandi truffe internazionali, portate alla luce da indagini di qualche anno fa.

Dove vengono prodotte le miscele straniere imbottigliate dagli imprenditori italiani dell’olio? Perché queste terre, sfruttate da importatori scaltri, hanno dopato il mercato? C’erano una volta la Puglia, la Calabria, la Sicilia, la Campania. Le prime due insieme producono il 66% del nostro olio. La Toscana solo il 3%. Per capire come mai, geograficamente, e nel core business degli imprenditori, le regioni italiane sono state soppiantate da terre lontane, bisogna allungarsi nel Sud della Spagna: il primo paese europeo produttore di olio (nel 2010 ce ne ha dato 426milioni di chili). Jaén è una cittadina dell’Andalusia. A nord di Granada, confina con la Castiglia-La Mancha. La sua provincia è un’oliva gigantesca. Se si scende a Sud fino a Malaga e si sale a Nord fino a Madrid si possono vedere 400 chilometri di uliveto ininterrotto. Coltivazioni intensive. Un chilo d’olio — ottima qualità — costa 50 centesimi. Gli importatori italiani lo rivendono a cinque volte tanto. Ora andiamo in Tunisia. Stiamo parlando del primo produttore di olio d’oliva di tutta l’Africa, e del secondo paese del mondo per superficie coltivata. Per produrre un chilo di olio qui bastano 10 centesimi. In Italia, a seconda dei frantoi (seimila), ci vogliono 4-5 euro. (7 al Centro-Nord, 3.53 in Puglia, 3.64 in Calabria).
Sul mercato africano all’importatore l’olio costa dai 20 ai 23 centesimi. Le navi in partenza per i porti di Gioia Tauro, di Livorno, di Genova, non aspettano altro che riempirne le cisterne e portarlo da noi. La stessa cosa accade sull’Adriatico, con i cargo boat che salpano dalla Grecia diretti a Ancona carichi di derrate.
 
Dove finisce l’olio che arriva dal bacino del Mediterraneo e dal Peloponneso? E in che percentuali arriva? Secondo il rapporto 2010 Coldiretti/Eurispes sulle agromafie, il 93,1% del vergine e dell’extravergine importato dai paesi extracomunitari viene dalla Tunisia. Quando entra in Italia inonda la provincia di Pavia (33,3%), di Lucca (19,1%) e di Genova (10,1%). Tra Toscana e Liguria c’è un alta concentrazione di aziende olivicole (a Firenze due dirigenti e un funzionario della Carapelli sono sotto inchiesta della procura per una sospetta frode alimentare). Idem nel Pavese. Poi si scende: Perugia, Roma, Firenze. Fino in Puglia: Bari,  Lecce, Taranto. Un mese fa proprio nella città dei due mari la Guardia di Finanza ha arrestato due imprenditori baresi: stavano spedendo in Giappone e a Taiwan 50mila litri di olio taroccato nelle loro aziende. L’etichetta sugli imballaggi e sulle bottiglie — orgogliosamente italian sounding — copriva in realtà un fiume di oli stranieri miscelati.

Laboratorio Puglia. La terra degli ulivi. Olio straordinario, unico. Ma anche terra di imbrogli. Fu scoperta qui, nel 2008, una delle truffe più grosse degli ultimi anni. Duemilatrecento tonnellate di olio proveniente dall’estero sequestrate. Controlli su 250 operatori. Venti aziende coinvolte in tutta Italia. La cabina di regia del finto olio extravergine italiano al cento per cento — con interi scatoloni di documenti falsi — era una azienda di Andria (la “Basile snc”). L’olio arrivava dai soliti serbatoi: Spagna, Grecia, Tunisia. Acquistato come extravergine, miscelato con olio locale, e infine rivenduto come "prodotto italiano al cento per cento" non solo in Italia ma anche all’estero. In parte veniva spacciato anche come "biologico". "E’ ora che il governo colpisca l’agromafia con nuovi strumenti — conclude Stefano Masini di Coldiretti —. Bisogna indagare come si fa con il 416 bis. Queste non sono semplici frodi in commercio, sono organizzazioni criminali strutturate che controllano i prezzi e tengono in mano un’intera filiera. E’ la mafia dell’olio".   

'Italian' olive oil mostly not Italian

Four out of five bottles of extra-virgin "Italian" olive oil are actually blended with foreign oil in a five-billion euro ($6.5-billion) a year business, a daily reports.

Cheap olive oil from Greece, Spain, Morocco and Tunisia is mixed with more expensive Italian oil in a highly opaque business that is the subject of an ongoing investigation by customs authorities and tax police, La Repubblica said.

"There is a powerful group in the food business that is making illegal fortunes on the import and absence of traceability for olive oil blends," Stefano Masini of the farming group Coldiretti was quoted as saying.

"The time has come to talk about an 'agri-mafia' for olive oil," he said.

The report pointed out that one of the problems for investigators was that the producers and exporters of the foreign olive oil were often subsidiaries of the same companies that import the oil to Italy and sell it.

"They control the prices, they control the market. Once upon a time these famous Italian companies pressed olives: now they have silos," it said.

La Repubblica said the foreign olive oil is bought for as little as 20 euro cents (26 US cents) per kilo and then sold for as much as 4.0 euros a kilo.

The labels about blends that legally have to be put on the bottles sold in Italy or exported are often misleading or illegible, the report added.

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