Tuesday 17th Sep 2019

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

Ho aggiunto di proposito l’aggettivo sante al nome botte, per evitare che si pensasse al benemerito contenitore del vino, che gli consente di invecchiare in pace per raggiungere il maggior livello di perfezione, a beneficio dei buongustai; questa è la bótte, quelle sono le bòtte.

Mi riferisco proprio alle botte, alle percosse, che un tempo, nella sbrigativa pedagogia familiare erano considerate sante, perché spesso ottenevano qualche risultato immediato in campo educativo; poi, sulla spinta di alcuni pedagogisti americani, tutto l’armamentario punitivo che si praticava abbondantemente in molte famiglie, come sculaccioni, sberle, schiaffoni o addirittura cinghiate, fu giudicato anti-educativo e addirittura reato perseguibile dalla legge, tanto che capita che qualche ragazzino si rivolga alle associazioni di tutela, tipo Telefono azzurro, per denunciare il genitore manesco a cui è scappato qualche manrovescio.

Però succede ancora che alcune botte, perfino fuori dalle riservate mura familiari, siano ritenute quasi una normale espressione della libertà di pensiero, sante quindi, tanto da causare a chi le ha prese critiche o derisioni ed a chi le ha date non solo di sottrarsi alle sanzioni di legge, ma addirittura di ricevere un premio inaspettato ed assai prezioso.

Certamente il grande Giovanni Boccaccio, con la sua lingua vivace ed allusiva e con particolari piccanti racconterebbe infinitamente meglio di me la vicenda di una ventenne malmenata da una matura signora mentre si trovava in allegra promiscuità in una camera d’hotel.

La vicenda è stata ampiamente narrata dai media sudafricani, rilanciata in Italia dall’ANSA e ripresa con una qualche evidenza da alcune testate.

In sintesi, nella stanza in cui una modella in carriera, sudafricana, si trovava in compagnia di uno o più giovani rampanti, zimbabwani, sicure promesse della nuova classe dirigente di quel paese, tutti probabilmente interessati ai preziosi capi d’abbigliamento della modella e, credo, ancor di più a quanto stava sotto quegli abiti, ecco irrompere nella camera come una furia la madre di uno di quei dorati rampolli, la quale, scansando le guardie del corpo che l’accompagnavano e a dispetto del suo nome gentile, Grace, affibbiava alla ragazza, Gabriella, una raffica di cinghiate con una prolunga elettrica.

Sembra che tutti siano stati colti di sorpresa e che nessuno abbia reagito: né i giovanotti, che forse avranno preferito ricomporsi un po’, né  la ragazza, che ha potuto solo darsela a gambe, tamponandosi una ferita lacero-contusa, come si scrive nei verbali di polizia, che le deturpava la bella fronte; nemmeno le guardie del corpo hanno mosso un dito, fedeli al loro incarico, che era quello di fare la guardia al corpo della signora, non a quello della modella: già, perché quella rude picchiatrice era nientemeno che la moglie del presidente dello Zimbabwe, presente in Sudafrica per questioni di Stato, mentre la sua signora vi si trovava per i fatti suoi, incomprensibilmente scortata da guardie superflue, dal momento che, seppure in terra straniera, vi si trovava da amica tra amici.

Il seguito della storia ha avuto un’evoluzione prevedibile, ossia la denuncia della vittima e la convocazione dell’assalitrice davanti alla polizia.

Tutto sommato, però, non varrebbe neppure la pena di scriverci, se alla base di questa notizia non ci fosse un personaggio dal forte peso politico e mediatico, come la First Lady zimbabwana; quando mai si legge che le mogli dei presidenti Gentiloni o Mattarella irrompono in qualche camera d’albergo per malmenare qualcuno, per di più mentre si trovano in un paese straniero ed a spese dei contribuenti italiani, che non sono alla fame come quelli dello Zimbabwe?

Questa piccola vicenda di cronaca pseudo-boccaccesca potrebbe finire qui con qualche commento più o meno salace, se non fosse per il seguito che ha avuto.

Le autorità sudafricane hanno bloccato l’aereo presidenziale su cui l’illustre manesca avrebbe dovuto rientrare in patria sottraendosi alla giustizia, quelle dello Zimbabwe hanno trattenuto a terra alcuni velivoli sudafricani per ritorsione, l’incidente diplomatico era dietro l’angolo, se non fosse intervenuto prontamente l’ombrello di comodo di una illuminata ministra, che ha concesso alla signora Grace l’immunità diplomatica, come se, tra le raffinate mansioni dei diplomatici, ci fosse anche quella di menar le mani, per di più impunemente.

Quindi chi le botte le ha prese se le tenga e le consideri educative, imparando a meglio selezionare in futuro con chi accompagnarsi, chi le ha date ha compiuto un’azione di pedagogia diplomatica, insegnando, lei, Prima Donna di uno stato straniero, le regole della prudenza ad una ragazzetta sudafricana.

Se un giorno il sovrano dello Swaziland compisse un viaggio in Sudafrica con tutte le sue quindici spose e costoro si abbandonassero ad intemperanze perseguibili dalla legge, potrebbero ragionevolmente sperare di ottenere anch’esse un grazioso salvacondotto diplomatico, considerato l’illustre precedente.

Non conosco le argomentazioni che hanno indotto la ministra sudafricana a concedere alla signora Mugabe lo status diplomatico e quindi l’immunità equivalente all’impunità di comodo: non è affar mio né oserei intromettermi, se non ci fossi quasi trascinato dalle bizzarre dichiarazioni di quello strambo uomo politico sudafricano che, efficacemente stigmatizzato dal nostro direttore nel suo editoriale “Riflessione su un suprematista alla rovescia” del 27 agosto, ha celebrato gli straordinari e plurimillenari apporti degli studi accademici africani, da cui le balbettanti democrazie occidentali stanno tentando di trarre i frutti migliori.

Non servirebbe a nulla dare a costui delle botte, neppure sante, perché pare che siano anti-pedagogiche, ma sarebbe più educativo che gli si offrisse una cattedra in qualsiasi università sudafricana, da bidello, beninteso, non da docente, perché probabilmente apprenderebbe così le regole base della democrazia, che sono vigenti anche nel suo paese e che prevedono che siano i giudici, non i politici, a definire colpe e comminare pene, e magari ne potrebbe parlare con qualche ministro poco informato.

Mario Angeli

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