Saturday 19th Aug 2017

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

È un adagio che ciascuno completa in fretta, perché è ancora piuttosto diffuso, sebbene ne prevalga l’uso figurato rispetto a quello reale e concreto che lo originò: infatti oggi è raro essere assaliti da quel terribile mal di denti che spaccava il cervello, rendeva incapaci di qualsiasi riflessione o azione, che spesso aveva come esito finale una temutissima seduta dal dentista, per subire la necessaria tortura del trapano, che pareva avere una punta di smisurata lunghezza, oppure l’estrazione del dente, con il dentista che raccomandava al malcapitato di reggersi forte alla poltrona fino a quando, dopo torsioni e strattoni, quel dente maledetto si svelleva con le sue radici che sembravano essere state abbarbicate fino al tallone; oggi, grazie agli enormi progressi della odontoiatria, la sofferenza maggiore non viene dal dolore fisico, ma da quello finanziario, considerate la parcelle solitamente onerose.

Però la lingua continua a battere dove il dente duole ogni volta che ritorniamo su una questione o un argomento o una situazione che ci sta a cuore e che si vorrebbe veder mutare in meglio: lo si può fare anche solo come fugace atto mentale, nel senso di richiamarsi alla mente quella problematica e passar oltre perché forse non vale la pena di prendersela troppo, oppure, sperando di ottenere qualche risultato, quella lingua che batte non più su un dente ma su qualche terminazione cerebrale o etica ti induce ad utilizzare proprio la lingua, intendo quella parlata o scritta, magari per parlare proprio della lingua, quella scritta e parlata.

Il nome lingua si presta a svariate interpretazioni e potrebbe anche generare qualche equivoco.

Ad esempio, riferendomi al contesto sudafricano che mi capita di frequentare con una qualche assiduità, ho potuto conoscere le Società Dante Alighieri ed i Club Italiani, due benemerite realtà associative che hanno in comune, pur in forme e misure differenti, le finalità di aggregare le persone di origine italiana e di conservare e diffondere l’italianità, utilizzando come veicolo la lingua: ma c’è lingua e lingua.

La Società citata si serve della lingua di Dante, che è l’unico ed inequivocabile strumento per caratterizzare e contraddistinguere un italiano da tutti gli altri, per far sì che se ne conservi un utilizzo vivo tra chi vanta origini italiane e che se ne diffonda la conoscenza tra chi parla lingue differenti, perché anche costoro penetrino efficacemente dentro la cultura italiana, se almeno sono ritenute ancora valide le motivazioni di chi inventò tale Società; anche il Club si occupa di lingua, ma quella salmistrata o in salsa verde, cioè, più precisamente, attraverso il potente richiamo della smisurata gastronomia italiana, favorisce l’aggregazione sociale tra appartenenti a culture diverse che, almeno a tavola, potranno meglio conoscersi e comprendere la differenza tra il parmesan ed il parmigiano, tra il similzola ed il gorgonzola, tra il gelato al pistaccio e quello al pistacchio.

Nella libera espressione delle mie convinzioni, mi è capitato più volte, sia attraverso le pagine della Gazzetta sia con alcuni commenti su facebook oggi tanto in voga, di battere sul dente dolente della pratica, da parte di qualche Dante, in Sudafrica come altrove, di non utilizzare la lingua italiana nel diffondere o commentare iniziative, programmi, eventi connotati di italianità, poiché li presenta alla pubblica attenzione esclusivamente nella lingua locale; la ragione della sofferenza… dentale sta proprio nell’avverbio esclusivamente, perché, pur non avendo dubbi che per raggiungere un pubblico più vasto bisogna esprimersi nella lingua del posto, assai di meno ne ho sul fatto che l’esclusione della lingua italiana umilia gli italofoni, snerva l’efficacia comunicativa, fa venir meno un compito istituzionale della Dante: quindi il bilinguismo dovrebbe essere la buona pratica corrente.

Come ogni opinione, anche queste possono degnamente convivere con quelle di chi pensa invece che, per aprirsi alla società la cui lingua franca non è l’italiano, sia preferibile escludere la nostra lingua: è la varietà dei pareri che, spesso, arricchisce la dialettica ed il confronto, purché non prevalga la piccola malcelata vanità di possedere una dose maggiore di verità in nome di posizioni di autorevolezza istituzionale o accademica, come mi è capitato di dover incassare.

Non nascondo un timore: che un giorno o l’altro la Dante si trasformi in una delle tante scuole di lingua che pullulano ovunque, dove gli utenti imparano più o meno a dire “ciao maestra come stai” ed i cui docenti, italianissimi e magari vissuti in Italia fino a poco prima, per darsi un dolente tono da giovani Werther utilizzano l’inglese anche conversando tra loro.

Sarà allora giunto il momento di un cambiamento linguistico apparentemente insignificante, ma dolorosamente anti-italiano: non più Società Dante Alighieri, ma Dante Alighieri Society o altro.

A rinforzo dell’amore per la lingua italiana, che sa adattarsi ad ogni registro espressivo, segnalo la poesia Ballata della lingua, di Giovanni Giudici (1924-2011), dalla vasta produzione poetica, poeta finissimo purtroppo trascurato sia a livello scolastico che accademico; sono otto strofe (riportate interamente in calce), di cui trascrivo di ciascuna il primo verso, con quell’incalzante amoroso mia lingua, ed integralmente l’ultima strofa:

Mia lingua – italiana…

Mia lingua – innocente…

Mia lingua – puntuale…

Mia lingua esitante…

Mia lingua – militare…

Mia lingua – esclusiva…

Mia lingua – ossequiente…

Mia lingua – mia vita…

Mia lingua – italiana

variante umile tosco-genovese

lingua del mio bel paese

guastata nei futili suoni

di vacue clausole

e perfide commozioni

Mario Angeli