Tuesday 17th Oct 2017

Con la tripletta sul Rosatellum, salgono a 22 le questioni di fiducia poste su disegni di legge dal governo Gentiloni. Strumento sempre più al centro delle scelte politiche nella XVII legislatura. Nessun altro esecutivo dal 2008 ha avuto un rapporto leggi approvate-voti di fiducia così alto.

Come fu per l’italicum con il governo Renzi, anche per la nuova proposta di legge elettorale l’esecutivo, questa volta guidato da Paolo Gentiloni, ha posto ben 3 questioni di fiducia per l’approvazione del testo. Voti che fanno schizzare il numero di volte in cui il governo ha deciso di legare il suo destino a quello di una proposta di legge in discussione.

Da quanto si è insediato il 12 dicembre scorso, la squadra di Gentiloni ha utilizzato questo strumento 22 volte, portando il totale della XVII legislatura a 98. Anche se per numeri assoluti l’attuale governo deve ancora raggiungere quanto fatto dal precedente esecutivo Renzi (con 66 voti di fiducia), Paolo Gentiloni e i suoi ministri stanno viaggiando a una media mensile più alta. I voti di fiducia al mese sono infatti 2,44 contro i 2 del governo Renzi. Nelle ultime 2 legislatura, solo la squadra di Mario Monti ha mantenuto una media mensile superiore (3).

Altro parametro interessante è quello che mette in relazione quanto detto finora con il numero di leggi approvate. Qui la squadra di Paolo Gentiloni non ha eguali fra i governi presi in considerazione: 43 leggi pubblicate in gazzetta ufficiale e 22 voti di fiducia, per un rapporto al 51,16%. Questo vuol dire che in media 1 legge su 2 è stata approvata con un voto di fiducia. Questo dato ovviamente include testi, come appunto il rosattellum, per cui i voti sono stati addirittura 3.

Superato quindi il precedente record del governo Monti, quando il rapporto si era stabilizzato al 45,13%. Più dietro gli altri esecutivi: Letta (27,78%), Renzi (26,72%) e infine Berlusconi (16,42%).

Ovviamente da qui alla fine della legislatura, il dato del governo Gentiloni cambierà (sia in meglio che in peggio), considerando che sia il numero di leggi approvate che possibilmente il numero di questioni di fiducia sono destinati a subire delle variazioni.

In 2 lasciano Forza Italia e i cambi di gruppo diventano 528

Giovanni Piccoli e Bartolomeo Amidei escono da Forza Italia e passano al gruppo Misto. Salgono a 231 i cambi di casacca al senato. Con i giri di valzer della camera, i cambi di gruppo da inizio legislatura sono ora 528. 10 al mese.

Nella settimana del caldo dibattito sulla nuova legge elettorale, continua il valzer parlamentare di deputati e senatori. A Palazzo Madama i due senatori veneti Piccoli e Amidei lasciano Forza Italia, in rottura con le decisioni di Berlusconi e del coordinatore regionale Niccolò Ghedini. Una scelta in controtendenza visto che negli ultimi mesi circa la metà dei flussi parlamentari vedevano parlamentari entrare in Forza Italia.

Non possiamo più assistere impotenti a quel declino inesorabile cui Fi Veneto è precipitata in questi ultimi mesi […] La situazione diventa ancora più drammatica se si pensa che tutti quelli della famosa cerchia chiedono al presidente Berlusconi di scendere in campo, perché inadatti nel svolgere un ruolo di leadership, privi di argomenti politici chiari e di rilievo che possano interessare i cittadini.

Queste le parole con cui i due senatori, entrambi al primo mandato, hanno giustificato la loro decisione. Amidei e Piccoli hanno anche dato molte delle colpe a Ghedini, reo, a detto loro, di aver fatto scendere il numero di senatori veneti nella fila di Forza Italia da 9 a 2.

Al senato i cambi di casacca sono ora 231, portati a termine da 136 senatori, il 42,50% dell’aula. Numeri importanti, specialmente se collegati a quelli di Montecitorio. Alla camera i cambi di gruppo a oggi sono 297, e hanno coinvolto 203 deputati (32,22%). I due rami hanno quindi totalizzato 528 cambi di gruppo da inizio legislatura, con 339 parlamentari transfughi (il 35,68% del totale). Dalle politiche del 2013 circa 10 eletti al mese decidono di cambiare gruppo di appartenenza.

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Martine Cristofoli da Locarno -

Con “Il colore nascosto delle cose” il cineasta svizzero- milanese Ivo Soldini, al suo decimo lungometraggio, porta allo schermo in modo esemplare la storia di un amore non frequente: quello di Emma, osteopata cieca dall’adolescenza, luminosa e positiva, abile nel suo lavoro, e Teo, pubblicitario creativo, ma farfallone, instabile nei suoi sentimenti e nei rapporti con le donne. 

In Teo,  interpretato con bravura da Adriano Giannini,  Soldini riesce a calare due personalità contrapposte, ma complementari: quello del brillante professionista affermato e quello del quarantenne scapolo che non sa  ben gestire le sue relazioni umane (cominciando da quelle con la sua famiglia, in particolare la madre con la quale ha un rapporto saltuario, lontano) e quelle affettive. Teo è in un certo senso affetto da misoginia. Ama le donne ma non riesce a convivere con loro. Il regista lo mostra nel suo duplice conflittuale rapporto al femminile, quello con la madre e con Greta, la sua fidanzata.

Con Emma invece il tutto è diverso, vi è una certa curiosità nello scoprire il mondo della cecità con tutti i suoi ostacoli, i suoi limiti, le sue differenze, anche con le sue scoperte, l’importanza dell’udito, e soprattutto del tatto.

Il regista Soldini che lo ha scoperto e filmato con cura ed esattezza nel suo documentario “Per i suoi occhi”, in questa  riuscita finzione lo scandaglia nei minimi dettagli della vita quotidiana con realismo e lucidità, chiedendosi e chiedendo anche allo spettatore, come si può amare e vivere una vita con chi è privo della vista. Su questa domanda implicita, ma fondamentale, crea una magnifica, profonda storia d’amore fatta di sentimenti e non sentimentalismo.

La trama del film non si limita al rapporto idilliaco e burrascoso tra Emma e Teo, ma coinvolge attivamente come comprimari due altri personaggi della storia che vivono la cecità in modi  completamente diversi: la bruna, estroversa Patti dall’accento veneto, amica del cuore e confidente di Emma, affronta la sua esistenza con leggerezza, ma realismo mentre l’adolescente Nadia rigetta con rabbia il suo stato di non vedente e  trova nella “saggia” Emma il suo conforto.

Gli atteggiamenti di queste tre donne, tratteggiati con cura ed empatia, ci fanno capire meglio la realtà dei non vedenti. Il merito principale del riuscito ed apprezzato film, oltre alla sensibilità e bravura registica di Silvio Soldini nel filmare personaggi di spessore psicologico e di credibilità narrativa, va dato a Valeria Golino, che interpreta in modo completo, superlativo, la giovane, simpatica Emma. “Nel  colore nascosto delle cose” Valeria Golino, dà prova della sua maturità artistica,  che le permette di interpretare con competenza e successo anche i ruoli più impegnativi come quello di una donna cieca che si è realizzata nella professione e vive in modo normale la sua vita. L’osteopata con l’ausilio del suo bastone bianco guarda e vive la sua esistenza con realismo e senza pietismo, come talvolta avviene ai non vedenti.

Teo, dal canto suo, pur interpretando il ruolo dell’uomo leggero e superficiale in amore, ma dotato di generosità e di un grande cuore, se la cava in modo eccellente, non andando mai sopra le righe.

Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e allo Zurigo Film Festival, il film è uscito, in questi giorni in Italia e  nelle sale del Canton Ticino. 

Martine Cristofoli

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Diego Bolchini -

Nella prefazione al testo "Desert Kingdoms to Global Powers" (2016, Yale University Press), il professor Rory Miller del King’s College di Londra ricordava la sua origine irlandese e la curiosità innata circa il ruolo e l’impatto di Stati dimensionalmente piccoli nello scenario internazionale. La verde Irlanda come il gruppo insulare del Bahrein, nel Golfo, capace – in un’ottica di soft power – di ospitare Gran Premi di Formula Uno? Difficile impostare ragionamenti analogici e comparativi.

In ogni caso, il potenziale esprimibile delle cinque monarchie small-sized del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar e Uae) è significativo, pur considerando la volatilità dei prezzi del petrolio e l’attuale contesto congiunturale di over-supply energetico. Esso è anche contro-intuitivo rispetto ad alcune teorie consolidate sulla importanza della grandezza di uno Stato rispetto alla sua resilienza a shock naturali/economici e alla gestione di beni pubblici a costi elevati (settore della difesa).

Diversi Stati europei hanno così beneficiato dei fondi sovrani (Swf) del Golfo successivamente alla crisi finanziaria del 2007-2008, così come alcune realtà dell’area nordafricana hanno goduto di cospicui foreign aids dopo gli eventi del 2011. Gli stessi Stati del Vecchio Continente stanno anche beneficiando del supporto logistico-militare del Golfo nella lotta contro il sedicente Stato islamico, l’Isis. Si pensi, solo per fare un esempio, alle basi messe a disposizione dal Kuwait degli Al Sabah e alla inaugurazione di un Nato regional security center nel Paese nel 2017.

Expo 2020 e Mondiali di Calcio del 2022
Oltre la leva economica-finanziaria e le potenzialità logistico-militari, due Paesi del Golfo si apprestano a ospitare due importanti eventi culturali-sportivi: l’Expo 2020 negli Emirati Arabi Uniti e i Mondiali di Calcio del 2022 in Qatar. Questi ultimi si disputeranno per la prima volta in un Paese arabo privo di tradizione calcistica e in un periodo dell’anno inconsueto (non d’estate ma nel bimestre di novembre-dicembre). Quanto all’Expo 2020, l’evento rappresenterà una grande ulteriore vetrina mediatica per la federazione dei sette Emirati, polarizzati attorno a un centro economico rappresentato da Dubai e uno propriamente politico costituito da Abu Dhabi.

Velivoli sul Golfo e Quinta Flotta Usa
Osservati da una prospettiva geo-strategica, appare anche possibile affermare che i Paesi arabi del Golfo siano entrati in una nuova fase di corsa agli armamenti, adottando un sentire tendenzialmente realista delle relazioni internazionali, con sotteso dilemma della sicurezza e incertezza delle azioni altrui. Rilevanza significativa riveste in questo contesto il contratto con l’Italia per la fornitura – spalmata su svariati anni – di 28 velivoli F-2000 al Kuwait siglato nell’aprile 2016.

In tal modo la monarchia araba del Kuwait diventerà la quarta nazione araba a utilizzare il velivolo, affiancandosi all’Arabia Saudita, già in possesso di 72 esemplari, all’Oman (12 velivoli ordinati e alcuni già consegnati dal Regno Unito) e al Qatar (che ha in realtà negli ultimi anni firmato contratti per oltre 80 velivoli complessivi con attori diversificati come Francia per vettori Rafale, Usa per assetti F-15 e infine – nel settembre 2017 – con il Regno Unito per una fornitura di F-2000). Il Bahrein mantiene invece il dispiegamento della Quinta Flotta Usa nelle sue acque a Manama.

Un balcone geopolitico affacciato (anche) sull’Asia
Con una spesa per la difesa pari al 14,7% del suo Pil, il Sultanato dell’Oman, secondo i dati Sipri del 2015, superava la stessa Arabia Saudita quanto a spesa militare in percentuale del prodotto interno lordo. La classe dirigente omanita mantiene comunque un forte legame con il Regno Unito. L’islam ibadita proprio del Sultanato d’Oman appare infine teologicamente mediatore e conciliante tanto rispetto al filone maggioritario sunnita quanto a quello minoritario sciita.

L’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già segretario generale delegato della Nato nel periodo 2001-2007 e incaricato del Nato dialogue and cooperative security con i Paesi arabi del Mediterraneo e del Golfo, così tracciava l’insolito profilo di interesse geografico dell’Oman nel 2013: “...i giornali in lingua inglese di Mascate parlano del Pakistan e dell’India, affacciandosi il Paese direttamente sull’Oceano Indiano e solo in piccola parte sul Golfo Persico”.

Conclusioni
Di fatto, la realtà costituita dai cinque micro-States del Golfo è ormai un hub consolidato tra Occidente e Oriente per viaggi d’affari, turismo e commercio e – da ultimo – anche ingenti approvvigionamenti militari. Tra ricerca di stabilità interna e influenza regionale, soft power (Al Jazeera) e hard power (spending militare), inter-dipendenza e conflitto,  il Golfo sta plasmando sin dal 1981 la sua dimensione di sistema ideologico-economico. Nacque allora il Gcc, il Consiglio di cooperazione del Golfo,  quale reazione agli eventi iraniani del 1979 e alla guerra Iraq-Iran (1980-1988) con un razionale di contenimento tanto rispetto all’Iran di Khomeini quanto al  baathismo iracheno-saddamista. Nell’incertezza delle prospettive future, sarà interessante verificare anche le eventuali possibilità di rilancio della cooperazione Golfo-Ue, che ha già sperimentato un costruttivo e positivo periodo nel 2004-2010.

Questi Paesi sono tutti ovviamente inter-connessi e posti in regime di relazione significativa con l’importante attore regionale rappresentato dall’Arabia Saudita: per motivi dinastici (solidarietà storica tra gli al Saud e gli Al Sabah del Kuwait), politici (Emirati vicini a Riad per la comune supporto alla leadership militare egiziana), geo-strategici (Oman e rilevanza dello stretto di Hormuz), fisici (autostrada che collega l’Arabia al Bahrein), o anche ciclicamente oppositivi (Qatar). Secondo alcuni, oppositivi come nuvole che si rincorrono d’estate, per poi tornare a un destino comune.

Diego Bolchini

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa

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ROMA - Il rapporto dei cristiani con Dio “non può essere solo quello dei sudditi devoti col re, dei servi fedeli col padrone o degli scolari diligenti col maestro, ma è anzitutto quello della sposa amata con lo sposo. In altre parole, il Signore ci desidera, ci cerca e ci invita, e non si accontenta che noi adempiamo i buoni doveri e osserviamo le sue leggi, ma vuole con noi una vera e propria comunione di vita, un rapporto fatto di dialogo, fiducia e perdono. Questa è la vita cristiana, una storia d’amore con Dio”. Così Papa Francesco che domenica a Piazza San Pietro, ha presieduto la celebrazione di canonizzazione di diversi beati.

Richiamando la pagina del Vangelo di Matteo proposta ieri dalla Liturgia, con Gesù che racconta la parabola del Regno di Dio presentato come di una festa di nozze cui tutti sono invitati, il Santo Padre ha spiegato che “se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di princìpi e leggi da far quadrare senza un perché”. Il pericolo è proprio “una vita cristiana di routine, dove ci si accontenta della “normalità”, senza slancio, senza entusiasmo, e con la memoria corta. Ravviviamo invece la memoria del primo amore: siamo gli amati, gli invitati a nozze, e la nostra vita è un dono, perché ogni giorno è la magnifica opportunità di rispondere all’invito”.

Il Vangelo, ha proseguito Papa Francesco, “ci mette in guardia: l’invito però può essere rifiutato. Molti invitati hanno detto no, perché erano presi dai loro interessi: “non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”, dice il testo. Una parola ritorna: “proprio”; è la chiave – ha spiegato Bergoglio – per capire il motivo del rifiuto. Gli invitati, infatti, non pensavano che le nozze fossero tristi o noiose, ma semplicemente “non se ne curarono”: erano distolti dai loro interessi, preferivano avere qualcosa piuttosto che mettersi in gioco, come l’amore richiede. Ecco come si prendono le distanze dall’amore, non per cattiveria, ma perché si preferisce il proprio: le sicurezze, l’auto-affermazione, le comodità... Allora ci si sdraia sulle poltrone dei guadagni, dei piaceri, di qualche hobby che fa stare un po’ allegri, ma così si invecchia presto e male, perché si invecchia dentro: quando il cuore non si dilata, si chiude, invecchia. E quando tutto dipende dall’io – da quello che mi va, da quello che mi serve, da quello che voglio – si diventa pure rigidi e cattivi, si reagisce in malo modo per nulla, come gli invitati del Vangelo, che arrivarono a insultare e perfino uccidere quanti portavano l’invito, soltanto perché li scomodavano”.

Il Vangelo “ci chiede da che parte stare: dalla parte dell’io o dalla parte di Dio? Perché Dio è il contrario dell’egoismo, dell’autoreferenzialità. Egli – ci dice il Vangelo –, davanti ai continui rifiuti che riceve, davanti alle chiusure nei riguardi dei suoi inviti, va avanti, non rimanda la festa. Non si rassegna, ma continua a invitare. Di fronte ai “no”, - ha aggiunto il Papa – non sbatte la porta, ma include ancora di più. Dio, di fronte alle ingiustizie subite, risponde con un amore più grande. Noi, quando siamo feriti da torti e rifiuti, spesso coviamo insoddisfazione e rancore. Dio, mentre soffre per i nostri “no”, continua invece a rilanciare, va avanti a preparare il bene anche per chi fa il male. Perché così è l’amore, fa l’amore; perché solo così si vince il male. Oggi questo Dio, che non perde mai la speranza, ci coinvolge a fare come Lui, a vivere secondo l’amore vero, a superare la rassegnazione e i capricci del nostro io permaloso e pigro”.

“C’è un ultimo aspetto che il Vangelo sottolinea: l’abito degli invitati, che è indispensabile. Non basta infatti rispondere una volta all’invito, dire “sì” e basta, ma – ha sottolineato Papa Francesco – occorre vestire l’abito, occorre l’abitudine a vivere l’amore ogni giorno. Perché non si può dire: “Signore, Signore” senza vivere e mettere in pratica la volontà di Dio. Abbiamo bisogno di rivestirci ogni giorno del suo amore, di rinnovare ogni giorno la scelta di Dio. I Santi canonizzati oggi, i tanti Martiri soprattutto, indicano questa via. Essi non hanno detto “sì” all’amore a parole e per un po’, ma con la vita e fino alla fine. Il loro abito quotidiano è stato l’amore di Gesù, quell’amore folle che ci ha amati fino alla fine, che ha lasciato il suo perdono e la sua veste a chi lo crocifiggeva”.

“Anche noi abbiamo ricevuto nel Battesimo la veste bianca, l’abito nuziale per Dio. Chiediamo a Lui, per l’intercessione di questi nostri fratelli e sorelle santi, la grazia di scegliere e indossare ogni giorno quest’abito e di mantenerlo pulito. Come fare? Anzitutto, - ha concluso – andando a ricevere senza paura il perdono del Signore: è il passo decisivo per entrare nella sala delle nozze a celebrare la festa dell’amore con Lui”. (aise)

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Cape Argus - 

Johannesburg - South African motorists look set to face another fuel price increase in November, although petrol is only likely to increase marginally.

Based on mid-month fuel price data from the Department of Energy, the Automobile Association is predicting a petrol price increase of around two cents a litre, while the cost of diesel is likely to rise by about 28 cents, and illuminating paraffin by 20c.

The month thus far has seen weaker international oil prices being offset by a weaker South African rand, although the latter appears to be recovering, trading at R13.33 at the time of writing (October 16), versus R13.62 at the beginning of the month.

While the landed cost of petrol has dropped by almost 20 cents a litre since the beginning of October, the price of diesel has risen by around six cents a litre, the AA said.

"The latest data continues to show how vulnerable South African fuel users are to political and economic sentiment which negatively affects the rand," the AA added.

"We are not ruling out a further deterioration in the fuel price picture ahead of month end."

South African petrol prices increased by between 25 and 29 cents a litre on October 4, with all grades of diesel going up by 41 c/l. This brought the inland price of 95 Unleaded to over R14 a litre.

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