Monday 11th Dec 2017

Tempo di consuntivi per la Dante Alighieri di Pietermaritzburg. Ecco la succinta relazione che ci è stata inviata. - 
 
E’ stato un periodo di eventi importanti per la nostra scuola.
 
Immancabile il primo tema: LA PIZZA! I partecipanti, interessatissimi, sono stati coinvolti sia nella preparazione che nella degustazione, accompagnata da un buon bicchiere di vino e
un bel boccale di birra. E tanta allegria, ovviamente.

L’ultima settimana di novembre ci ha visti partecipare agli Awarding days delle varie scuole dove insegniamo e durante i quali abbiamo consegnato gli attestati di partecipazione agli alunni più meritevoli, unitamente a dei voucher che gli studenti potranno spendere a loro piacimento al Liberty Mall di Pietermaritzburg. Inutile dire quanto siano stati graditi. Belle serate che hanno visto premiare gli sforzi degli alunni, degli insegnanti e di tutto il personale che operava nelle scuole durante il passato anno scolastico.

Il 27 novembre è stata una data particolare per la Dante di PMB: il 10.mo anniversario della sua fondazione, avvenuta nel lontano ottobre 2007. Incredibile come il tempo voli. Nella nuova sede, abbiamo offerto un party al quale hanno partecipato oltre 50 persone, tra vecchi e nuovi studenti, insegnanti, membri ed amici. Un vero e proprio inno all’allegria e all’amicizia.

Infine la serata di chiusura, il 1.o Dicembre, con l’Italian Opera Evening. Gli artisti, pianista, soprano, contralto, tenore ed il quartetto europeo hanno offerto un bel concerto apprezzato dal pubblico,  che ha fatto una gran festa anche al nutritissimo buffet, “spolverando” tutto!

Ed ora…. la meritata vacanza. La Dante di PMB fra qualche giorno chiude i battenti e riaprirà a metà gennaio 2018.

Buone feste a tutti gli italiani (e non) che vivono in Sudafrica!

Graziella e Oriana.
 
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I sardi non vogliono soldi (ne hanno avuti, e talvolta si sono rivelati controproducenti). Vogliono le stesse condizioni di partenza degli altri italiani. Chiedono l’inserimento del principio di insularità nella Costituzione - 

Beppe Severgnini - corriere.it - disegno di Marco Mastroianni  - 

Ehi, c’è un’isola a occidente! Non è il grido di una vedetta di Cristoforo Colombo alla fine del XV secolo. È una considerazione che tutti noi dovremmo fare all’inizio del XXI secolo. C’è una grande isola italiana di cui ci ricordiamo per quattro mesi l’anno, quando ci offre l’acqua più incantevole del Mediterraneo. Quello che succede da ottobre e maggio sparisce nella foschia sul mare della comunicazione. Quell’isola, ovviamente, si chiama Sardegna. Sapete cosa chiedono, oggi, i sardi? L’inserimento del principio di insularità nella Costituzione. Essere un’isola comporta, infatti, costi aggiuntivi: vanno compensati in nome della coesione nazionale. Qualcuno, leggendo, sbufferà: «Ecco, vogliono ancora soldi! Assistenzialismo sotto altro nome...». Errore. I sardi non vogliono soldi (ne hanno avuti, e talvolta si sono rivelati controproducenti). Vogliono le stesse condizioni di partenza degli altri italiani. Non sembra una richiesta illogica.

Il movimento referendario ha già raccolto 60mila firme e punta alle 100mila (ne bastavano dieci volte meno). Hanno aderito i presidenti di tutte le associazioni imprenditoriali, 173 sindaci, esponenti politici di tutti i partiti (ad eccezione di Fratelli d’Italia, del Partito Sardo d’Azione e dei movimenti indipendentisti); esponenti del mondo della cultura, delle professioni, dello sport, del volontariato e dei sindacati. ???Scrivono i firmatari del Manifesto dell’Insularità: «Ogni anno ogni cittadino della Lombardia (neonati compresi) regala allo Stato 5.500 euro, mentre ogni cittadino sardo (neonati compresi) riceve in regalo dallo Stato 2500 euro in più di quello che viene prodotto. (...) Faraonici piani di rinascita e fiumi di denaro a sostegno delle attività produttive hanno sicuramente cambiato il tenore di vita in Sardegna, ma non sono stati sufficienti a darci un’economia autonoma, in grado di garantirci il benessere».

Curioso, no? Una Regione Autonoma ammette, di fatto, che l’autonomia non ha funzionato. Chiede invece di parlare di continuità territoriale (persone e merci devono potersi spostare come nel resto del Paese), costo dell’energia (oggi il più alto in Italia), costi della sanità (non esiste l’assistenza delle regioni vicine), infrastrutture (non ci sono ferrovie elettrificate!). In sostanza, occorre ammettere che la Sardegna è un’isola. Diciamolo: finora molti hanno fatto finta di non capirlo.
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 Emanuela Medoro -

“Bellissimo, ma a che serve tutto questo spazio?”.  Se lo chiedeva pure Romano Prodi, il 7 dicembre 2017, visitando gli immensi spazi, vuoti per ora, della Nuvola di Fuksas all’EUR. Nelle immediate vicinanze della fermata della metro EUR Fermi, in mezzo a grattacieli svettanti, il fabbricato potrebbe passare inosservato, un parallelepipedo di dieci piani, le mura esterne, chiamiamole così, pannelli di cristallo scuro e trasparente sostenute da cavi di acciaio, lasciano intravedere all’interno una forma bianca ondulata e morbida, in alto.  Si entra dentro, e ci si sente sperduti per l’immenso spazio d’ingresso, quasi vuoto, da percorrere. Un servizio bar ad un lato, riconcilia con il mondo dei normali. Scale mobili conducono in alto, verso i piani superiori.

 A piano terra, attraverso porte nere, si entra nello spazio espositivo, dal 7 al 10 dicembre 2017 occupato dalla fiera del libro: “Più libri, più liberi”, lo slogan di questa fiera, quanto mai attuale. Ordinati per file tagliate da un ampio corridoio centrale, centinaia di espositori, piccoli e medi editori. Ho chiesto ad uno di loro quanti ce ne fossero allineati lì, mi ha detto che ce ne stanno circa 500, un quarto degli editori operanti in Italia. Ho attraversato tutti i corridoi, sperduta e confusa. Sebbene passi tanto tempo a leggere libri e giornali, completamente ignara della dimensione complessiva dell’editoria italiana.

Ai piani alti, incontri e interviste con personaggi della politica e della cultura, in mezzo a una nuvola, alla nuvola pensata dall’architetto Fuksas, realizzata con pannelli bianchi trasparenti sostenuti da cavi d’acciaio dal movimento morbido e sinuoso. Da rimanere a bocca aperta, a guardare e cercare di capire!

In mezzo alla nuvola, file di sedie trasparenti accolgono il pubblico degli incontri con i politici, incontri ravvicinati che danno di questi ben noti personaggi un’impressione umana, diciamo così, che rende più comprensibili loro e quello che dicono. Mi sono trovata ad ascoltare l’incontro con Romano Prodi e quello con il ministro dell’interno Mario Minniti, intervistato dal giornalista Marco Damilano.  Giornali e tv danno resoconti esaurienti di queste conversazioni, aggiungo la mia voce per riportare impressioni immediate, senza entrare nel merito dei discorsi, sempre oggetto di controversie.Prodi, visto da vicino, mi è sembrato più giovanile di come appare in tv, ed anche capace di esprimersi, con un microfono,articolando le parole in modo chiaro e distinto. Ha ribadito tutti i concetti fondamentali del welfare state a lui cari: sanità, scuola e case popolari, colonne del benessere di una società civile e democratica. La tassazione, un male necessario per realizzarle. Esprimeva il tutto con una bonomia e una forma di saggezza ammirevoli. Da una come me, sua coetanea.

 Il Ministro dell’Interno Mario Minniti, con un eloquio razionale e ordinato, ma non gelido, anzi, appassionato e sentito, ha trattato i temi più attuali e scottanti per uno stato democratico che voglia difendere le sue istituzioni: migrazioni, violenze e mafie, antiche e recenti.

Ha iniziato ricordando che il peggior periodo del secolo appena trascorso è nato con un incendio di libri. Quanto mai attuale, dunque, lo slogan della fiera Più libri, più liberi. In relazione alla recente, inquietante incursione di figuri minacciosi dal volto coperto alla redazione dei giornali La Repubblica e L’Espresso, le sue parole, ricche di passione per lo stato democratico, mi sono sembrate rassicuranti.  Mi auguro che i giorni a venire non mi facciano pentire per la mia fiducia nel Ministro dell’Interno.

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Augusto Orsi da Locarno -  

Nel corso degli ultimi vent’anni nulla di nuovo è stato aggiunto alla biografia di uno dei massimi scrittori del Novecento. Eppure non tutto è stato raccontato dell’avventurosa vita di Hemingway, e soprattutto dell’amore che lo ha legato all’Italia, dalle Dolomiti alla Sicilia. Il suo “Addio alle armi” è annoverato insieme a “Nulla di nuovo sul fronte  occidentale” del tedesco Erich Maria Remarque tra i più veritieri ed efficaci racconti di giovani al fronte durante la Prima guerra mondiale. 

Il romanzo epico di Hemingway venne pubblicato nel 1929. Il suo successo in Italia e negli Stati Uniti proiettò il suo autore tra i più grandi narratori del ventesimo secolo. Il suo amore per l’Italia, nato sul Carso, quando appena diciottenne guidava le ambulanze della Croce rossa americana, lo accompagnò durante tutta la vita e divenne parte della sua produzione letteraria. 

“I miei scritti dall’Italia hanno quel non so che di special che riesco a mettere solo nelle lettere d’amore”. Il suo amore lo condivise anche con le donne che amò. Per Hemingway l’Italia fu la guerra, le bellezze naturali, i tesori culturali che seppe apprezzare, ma soprattutto le donne, il vino e la gente. 

In “Hemingway e l’Italia” Richard Owen, che per 15 anni è stato corrispondente dall’Italia per il Times, ripercorre per la prima volta tutte le tappe dell’amore che legò indissolubilmente lo scrittore, tra i più grandi del Novecento, all’Italia, dandoci un libro di 215 pagine accurato, ricco di dettagli,  di novità  e anche di qualche fake news inventata dallo scrittore che talvolta volentieri confondeva la realtà con la fantasia.

Durante la vita, Hemingway tornò in Italia diverse volte, portandoci anche  gli amici e le mogli. La storia biografica che legò l’autore di “Addio alle Armi”  all’Italia viene raccontata da Owen  in modo circostanziato  sulla scorta di tantissimo materiale d’archivio, lettere, testi, annotazioni, interviste a persone che lo conobbero. In più grazie ai romanzi e ai racconti, da cui, a leggere tra le righe, escono persone, incontri e momenti. Perché per Hemingway vita e letteratura erano un unicum.

Leggendo il libro di Richard Owen, ci si meraviglia di quanti luoghi conservano ricordi del passaggio di Hemingway: il Piave, Milano, Torino, Taormina, Bassano del Grappa, Genova, Cortina d’Ampezzo… 

“È stato nel Veneto che mio nonno è diventato uomo, sperimentando per la prima volta le cose essenziali della vita: il dolore e la paura, in guerra, e poi l’amore e la perdita, che hanno messo in moto la sua letteratura”. Questo  ha scritto, tra l’altro, il nipote John Hemingway raccontando il rapporto del nonno con l’Italia . Dopo un viaggio in Sicilia, che rivive nel racconto The Mercenaries e il ritorno temporaneo negli States, per Hemingway fu ancora l’Europa, questa volta Parigi, dove si stabilì con la prima moglie, Hadley Richardson. Ma ben presto il ricordo dell’Italia si fece pungente e Hemingway decise di portare Hadley in Italia, attraversando a piedi il passo del Gran San Bernardo…. In seguito il romanziere tornò sui luoghi della guerra, dove era stato ferito, ma la ricostruzione post bellica lo deluse. Di Fossalta scrisse:

“Una città ricostruita era molto più triste di una devastata. Era decisamente come entrare in un teatro vuoto dopo che il pubblico e gli attori sono andati via”… 

Dopo una lunga assenza, vent’anni senza Italia (ma con due mogli in più, la Pfeiffer e Martha Gellhorn) quando vi tornò, nel 1948, la consorte, Mary Welsh, era la quarta e ultima. Poi fu la volta di Venezia, la città gli entrò nel cuore e gli ispirò “Di là dal fiume e tra gli alberi”. La città dove incontrò anche l’ultimo grande amore della sua vita, quello di Adriana Ivancich, che nel libro trasfigurò in Renata. 

Il rapporto dello scrittore con l’Italia durò da “Addio alle armi”, dove la disfatta di Caporetto fa da sfondo al racconto del suo primo innamoramento per Agnes, la crocerossina conosciuta in un ospedale di Milano, fino a “Di là dal fiume e tra gli alberi”, ispirato al suo ultimo amore italiano, la diciottenne Adriana Ivancich, conosciuta a Cortina alle soglie dei cinquant’anni.

In Italia Hemingway scrisse di amore e di morte con delicatezza e passione. Fu qui che maturò e affinò lo stile che lo rese celebre. “Alla storia d’amore tra Hemingway e l’Italia dobbiamo capolavori letterari senza tempo” conclude Owen.

Augusto Orsi

Hemingway e l’Italia è pubblicato da Donzelli editore, Roma.

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Cristin Cappelletti - 
    
Con la riconquista di Rawa da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti, il sedicente Stato islamico, l’Isis, ha perso il suo ultimo baluardo iracheno. Una sconfitta pesante per gli integralisti islamici, che si trovano ora a un passo dall’essere cacciati anche dalla Siria, dove mantengono ancora posizioni di poco rilievo. Dal 2014, gli Usa si sono impegnati in una lunga e dispendiosa guerra allo Jihadismo dello Stato Islamico con il supporto dell’esercito iracheno e di altri Stati occidentali che si sono uniti alla chiamata di Barack Obama prima e di Donald Trump poi nel condurre operazioni volte ad eliminare la minaccia delle bandiere nere.

Proclami di vittoria si alzano a voce alta da Washington, dove un fiducioso Trump il 21 ottobre ha twittato: “La fine dell’Isis è vicina”. Le recenti vittorie della coalizione segnano sicuramente un punto di svolta importante nel mettere fine alla minaccia dello Stato islamico, che in questi ultimi tre anni ha seminato terrore e violenze brutali in tutto il Medio Oriente. Ma se l’eredità dell’Isis, come dimostrano ritrovamenti recenti, è fatta di orribili fosse comuni, di donne e bambine fatte schiave, è tanto diversa quella americana?

La guerra dei droni: ‘pulita’ e cruenta
Gli otto anni della presidenza Obama avevano visto l’inizio di una nuova politica estera per gli Stati Uniti, dopo le lunghe, dispendiose e disastrose guerre di Bush Jr in Iraq ed Afghanistan. La parola d’ordine era: drone. Sempre più, sotto il comando di Obama, le operazioni militari statunitensi in Medio Oriente cominciarono ad essere caratterizzate da un limitato, praticamente assente, intervento diretto sul campo, optando invece per l’utilizzo di droni per colpire obiettivi a distanza.

Ed è così che nel 2014, quando l’Isis balzò in prima pagina dopo la conquista di Mosul e la proclamazione dello Stato islamico, la guerra americana in Medio Oriente assunse sempre di più i contorni di una guerra pilotata a distanza, a basso costo, e dall’utilizzo di precisi attacchi con aerei tele-comandati.

Secondo il Pentagono, la sua guerra all’Isis è stata tra le più accurate condotte nella storia americana: i militari sottolineano la precisione e la trasparenza degli attacchi aerei americani, tanto da sostenere che 14.000 attacchi aerei abbiano ucciso ‘solo ‘89 civili in Iraq dal 2014.

Un bilancio tragico
Nonostante la trasparenza sbandierata dai piani alti di Washington, i dati raccolti e le statistiche fornite da fonti indipendenti parlano di numeri molto più alti, o di un’evidente incapacità da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti di valutare gli effettivi costi umani della guerra all’Isis. Secondo il think-tank Airwars, i numeri dei morti civili sarebbero molto diversi. Quando a maggio 2015, un anno dopo l’inizio della guerra, gli Stati Uniti avevano ammesso l’uccisione di due civili, Airwars aveva stimato che il numero delle vittime civili si aggirasse in realtà tra 350 e 420. Sei mesi più tardi, altre 400 vittime si erano aggiunte al tremendo bilancio. La mancanza di trasparenza americana non appare un incidente di percorso, perchè, nel 2016, le fonti ufficiali Usa parlarono di 152 civili morti, quando invece il conto ‘indipendente’ delle vittime degli attacchi della coalizione raggiungeva circa 4700.

Un recente articolo del New York Times ha fatto emergere verità sconcertanti. Un’inchiesta condotta per 18 mesi ha indicato che le operazioni militari della coalizione guidata dagli Stati Uniti stanno uccidendo in Iraq 31 volte più civili di quanto ammesso dalle parti coinvolte. “In termine di morti civili, questa potrebbe essere la guerra meno trasparente condotta dagli Stati Uniti,” Azmat Khan e Anand Gopal hanno scritto nell’articolo. E persino una serie tv popolare e ‘patriottica’ come Criminal Minds s’è interessata al problema, sia pure dal punto di vista dello stress degli operatori di droni – contractors civili – che scoprono, a cose fatte, di essere stati autori inconsapevoli di stragi d’innocenti.

Gli Stati Uniti sembrano essere pienamente capaci di lanciare bombe dove e quando vogliono, ma appaiono incapaci di controllare chi ne sarà vittima. In due Paesi, Iraq e Siria, che continuano a essere dilaniati da anni di guerre e operazioni militari straniere, il lascito statunitense dopo la fine dell’intervento contro l’Isis è anche fatto di sangue e distruzione, di cui i signori di Washington non saranno chiamati a rispondere.

Cristin Cappelletti ha completato il Master in Studi del Medio Oriente all’Università di Ankara.
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